Gay & Bisex
Generazioni 6
04.11.2026 |
457 |
3
"Aveva le ginocchia rosse e la gola che gli bruciava, e un sorriso idiota che non riusciva a togliersi..."
Simone non aspettò di essere chiamato.
Alle sette e un quarto era già in piedi davanti alla porta della camera, e quando Ettore aprì gli occhi e lo vide lì, con la maglietta storta e l'aria di uno che si è alzato apposta, rise piano contro il cuscino.
«Bravo» disse. «Però oggi, non userai la mano.»
Simone si sedette sul bordo del letto. «E che cosa?»
Ettore si tirò su a fatica, sistemandosi il gesso sulla gamba. «La bocca.»
Simone sentì lo stomaco stringersi, e non era paura: era quella cosa lì, quella che gli faceva formicolare le mani.
«Vieni in salotto» disse il nonno. «E porta un asciugamano.»
Non fu una lezione in piedi. Ettore si mise in poltrona, si tirò giù i pantaloni del pigiama e le mutande, e poi buttò un cuscino a terra davanti a sé.
«Qui. In ginocchio. E le mani dietro la schiena.»
Simone si inginocchiò, e quando provò a portare le mani avanti Ettore gliele riprese e gliele rimise dietro, una per una.
«Le mani non le usi. Le usi solo se te lo dico io. Hai capito?»
«Sì.»
«Sì cosa.»
«Sì, nonno.»
«Ecco.» Ettore si appoggiò allo schienale e allargò le gambe. Il cazzo era già su, e da quella posizione — con la faccia a venti centimetri — era una cosa enorme e un po' spaventosa. «Avanti. Prendilo in bocca.»
Simone si sporse e lo prese, e fu subito un disastro.
Lo prese di punta, con la bocca stretta, e i denti gli grattarono, e Ettore sibilò e gli mise una mano sulla nuca.
«Ah... i denti. Coprili con le labbra. Le labbra, non i denti, sennò mi scortichi.»
Simone riprovò, le labbra in dentro, e questa volta andò meglio, ma restò lì fermo, incerto, con la punta in bocca e niente altro.
«E adesso?» provò a dire, e gli uscì un suono incomprensibile intorno al glande, e Ettore rise.
«Adesso lo prendi dentro. Piano, non di colpo. E respira dal naso, che se tratteni il fiato dopo dieci secondi sei già pieno.»
Simone scese. Fu lento, e a metà si fermò perché la cosa gli premeva contro il palato e gli dava il conato.
«Fermo lì» disse il nonno, e la mano sulla nuca si fece più ferma, non spingeva, teneva. «Non ti staccare. Respira. Continua.»
Simone respirò dal naso, due, tre volte, e il conato passò davvero, e scese ancora un po', e si sentì pieno fino in fondo alla gola.
«Bravo» disse Ettore, e la voce gli si era fatta bassa. «Visto? Adesso vai su e giù. Piano.»
Simone cominciò. Era goffo, irregolare, e ogni tanto tornava su troppo di colpo e prendeva aria con un risucchio. Le mani dietro la schiena gli pesavano, e le ginocchia sul cuscino cominciavano a dolere.
«Più dentro, dai. Non aver paura.»
Simone si spinse e andò troppo giù, e si ritrasse tossendo, con gli occhi lucidi.
«Ecco, hai fatto il pieno» disse Ettore. «Ti sei spaventato. Non ti spaventare, che non ci soffochi mica.»
«Mi viene da tossire.»
«Perché vai di fretta. Vai piano e conta fino a tre quando sei in fondo. Conta e poi risali.»Simone tornò giù, e stavolta contò: uno, due, tre, e il conato arrivò al terzo ma lui resse, e risalì, e prese aria, e si sentì stupidamente orgoglioso.
«Ecco. Così» disse il nonno. «Ancora.»
La seconda volta fu più facile. La terza anche. Ettore cominciò a muovere il bacino appena, contro alla sua bocca, e a un certo punto la mano sulla nuca non si limitò più a stare: accompagnò, spinse appena, e Simone capì che il ritmo non era più suo.
Fu allora che perse il controllo. Il nonno spingeva e lui si lasciava andare, e le labbra gli si facevano più morbide, e la saliva gli colava sul mento e non ci poteva fare niente con le mani dietro la schiena.
«Ah, cazzo» disse Ettore, e la mano gli si chiuse nei capelli. «Così. Tutto dentro. Non ti staccare.»
Simone resse finché poté, e quando il conato tornò su non si staccò, e gli occhi gli si riempirono di lacrime, e il nonno grugnì e premette.
«Basta così» disse dopo un momento, e lo lasciò risalire. Simone si tirò su con un respiro rumoroso, il mento bagnato, la faccia rossa e disfatta.
«Perché ti sei fermato?» chiese, con la voce roca.
«Perché sennò venivo subito e la lezione era finita.» Ettore gli asciugò il mento col pollice, con un gesto quasi distratto. «E poi devi imparare un'altra cosa, che è la più importante.»
Simone lo guardò.
«Che quando ti dico di stare fermo, tu stai fermo. E quando ti dico di non staccarti, tu non ti stacchi.» Gli mise una mano sulla testa. «Anche se ti sembra di non farcela. Hai capito?»
«Sì.»
«Rifallo. E questa volta non ti staccare finché non te lo dico io.»
Simone tornò giù. E fu diverso, perché adesso sapeva cosa lo aspettava e non scappava più: scendeva fino in fondo, contava, risaliva, e quando il conato montava restava, e le lacrime gli colavano e lui restava lo stesso, da fuori doveva sembrare una cosa inesperta e invece si sentiva pieno di una specie di bravura.
Ettore cominciò a spingere più deciso. La mano gli teneva la testa ferma, e il respiro del nonno si faceva corto e grosso, Simone sentiva i muscoli delle cosce irrigidirsi sotto le sue labbra.
«Vengo.» disse Ettore, con la voce rotta. «Non ti staccare.»
Simone non si staccò. Il nonno venne con un grugnito che gli venne su dal petto, e il bacino gli si sollevò dalla poltrona, e Simone sentì tutto, e deglutì, e deglutì ancora, e un po' gli finì sul labbro e sul mento.
Ettore si lasciò andare contro lo schienale, il fiato che gli usciva a ondate. La mano nei capelli di Simone si aprì, e poi scese, e gli carezzò la nuca.
«Bravo» disse, con la voce distrutta. «Bravo, piccolo. Vedi che si impara.»
Simone si tirò su e si asciugò la faccia col dorso della mano, perché le mani dietro la schiena non servivano più a niente. Aveva le ginocchia rosse e la gola che gli bruciava, e un sorriso idiota che non riusciva a togliersi.
Ettore lo guardò, e rise. «Che c'è, ti sei divertito?»
«Sì» disse Simone, e non ci pensò nemmeno a mentire.
Il nonno gli prese il mento tra pollice e indice e glielo tenne su un momento, guardandolo. «Domani lo facciamo con le mani. Ma le tue, non le mie. E stavolta non ti dico dove metterle, lo devi capire da te.»
Poi lo lasciò andare. «Adesso va' a fare il caffè. E sciacquati la faccia, che sembri uno che ha pianto.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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